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LIBERI PENSIERI: Quando gli ultras scendono in piazza

1 luglio 2013

Liberi pensieri

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Ultimamente in Italia si verifica con sempre maggior frequenza un fenomeno alquanto strano: ogni volta che si verificano scontri fra opposte fazioni o che gli ultras balzano agli onori della cronaca per qualche motivo (vedi i genoani per la contestazione ai giocatori di qualche mese fa o i leccesi a fine campionato) l’opinione pubblica non chiede più a gran voce la chiusura degli stad; bensì si limita a dire “Che coglioni! Almeno andassero a fare tutto questo per protestare contro il governo!”.

La controdomanda sarebbe fin troppo scontata, ovvero chiedere alla persona in questione cosa fa lui di concreto per protestare contro il governo; ma la risposta è altrettanto scontata: fino a quando il popolo ha la pancia piena non ha interesse nel fare la rivoluzione!

Non funziona così però in quei pesi dove la gente che non ha la pancia piena tutti i giorni, ad un certo punto ha deciso di dire “basta!”: Turchia, Brasile, ma soprattutto Egitto… E proprio il paese africano rappresenta forse il caso più clamoroso, dove gli ultras delle due squadre principali (Al Ahly e Zamalek, entrambe del Cairo) non solo hanno partecipato attivamente due anni fa alle manifestazioni che portarono alla caduta del governo di Mubarak, ma la loro presenza in piazza venne riconosciuta da tutti come determinante… Gli ultras si occupavano del servizio d’ordine, per proteggere i manifestanti pacifici dagli attacchi delle forze dell’ordine, e la loro esperienza di stadio gli permetteva di frenare gli eccessi di queste ultime. Gli stessi manifestanti, lo stesso popolo che occupava le strade del Cairo si dichiarava “più sicuro” quando sapeva che gli ultras sarebbero scesi in piazza con loro! Se vi sentissero dire certe cose in Italia…

Poi le cose sono cambiate, al governo sono saliti i “Fratelli Musulmani” e le promesse della “primavera araba” sono state in gran parte tradite. Ed il popolo ha ricominciato a scendere in piazza. Questa volta però gli ultras dell’Al-Ahly furono vittime di una trappola, in occasione della partita di Port Said contro l’Al-Masry: centinaia di tifosi di casa invasero il campo per raggiungere la curva occupata dai tifosi provenienti dal Cairo. Furono molti coloro che tentarono di mettersi in salvo, ma trovarono le porte dello stadio sbarrate, la polizia assente e la notte che improvvisamente calò su sullo stadio (le luci “stranamente” si spensero): il bilancio fu di 73 morti, centinaia di feriti, il campionato di calcio che viene fermato. Successivamente ci fu anche la condanna a morte per 21 tifosi dell’Al-Masry, e le conseguenti rivolte che infiammarono le strade del Cairo e di Port Said.

In seguito a questa strage il campionato di calcio venne bloccato per un anno, per poi riprendere a porte chiuse, nel tentativo di mettere al bando gli ultras, visti non più solo come un problema di ordine pubblico, ma come un vero e proprio ostacolo al processo di normalizzazione. Nello scorso fine settimana, la nuova sfida: gli ultras dell’Al-Ahly e dello Zamalek hanno apertamente violato il divieto di assistere alle partite delle loro squadre, facendo irruzione negli stadi in cui erano impegnate. Le forze dell’ordine non sono intervenute, consentendo ai supporters di agire indisturbati. La motivazione ufficiale è “per garantire la sicurezza negli stadi”. In realtà pare che non si volessero infiammare ulteriormente gli animi prima della manifestazione del 30 giugno al Cairo, con centinaia di migliaia di manifestanti pronti a scendere in piazza per chiedere le dimissioni del Primo Ministro Morsi.

Pare che gli stessi Fratelli Musulmani siano coscienti della minaccia rappresentata dal tifo calcistico, tanto che avrebbero tentato in passato di creare un proprio club per rafforzare il proprio consenso. Abbandonata l’ipotesi, hanno optato per una forma di controllo indiretta, piazzando i propri uomini nei consigli d’amministrazione dei club più seguiti. A cominciare dallo Zamalek, che a settembre rinnoverà la dirigenza…

Ma l’Egitto non rappresenta un’eccezione da questo punto di vista: recentemente anche la Turchia si è rivoltata contro il proprio governo. In Italia ci hanno raccontato che la protesta è montata in seguito alla decidione del governo di costruire un centro commerciale al centro di un parco di Istambul. In realtà si tratta di un malcontento che si trascina da tempo, contro la politica di islamizzazione del governo, contro leggi sempre più liberticide, che ha trovato una buona motivazione con la storia del Centro Commerciale. E si tratta di una protesta che ha dei protagonisti ben precisi, raccolti dietro il nome di un’associazione che ha un “retrogusto” conosciuto: Istambul United.

Chi o cosa sono gli Istambul United? Si tratta di un’organizzazione formata dagli ultras delle tre squadre principali di Istambul (Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas) che chiede le immediate dimissioni del premier Erdogàn, dichiarato nemico della Turchia intera, e per farlo mette sul campo tutte le sue armi attive e diplomatiche. Persino alcuni dei giocatori e personaggi più rappresentativi delle tre squadre, come l’allenatore del Galatasaray Fatih Terim, hanno preso posizione a favore del popolo turco, contro le barbarie degli ultimi giorni. L’idea è nata dalla frangia più politicizzata degli ultras del Besiktas, gli Ultras Carsi, che hanno voluto seguire l’esempio dei colleghi del Cairo. Ed è fuori dubbio che la loro presenza in piazza abbia fatto segnare più di qualche punto a favore dei manifestanti.

Ma di recente il calcio è stato co-protagonista di un’altra rivolta popolare, questa volta in Brasile, dall’altra parte del mondo. Anche qui hanno cercato di farci credere una motivazione che non sta in piedi, come l’aumento del prezzo dei trasporti pubblici, come motivazione principale delle rivolte: in realtà tale aumento è stato solo la punta dell’iceberg! Il malcontento del popolo brasiliano nasce da più lontano, dai numerosi sprechi di denaro pubblico per preparare il Brasile ad ospitare i mondiali del 2014, e da episodi come la costruzione del Nuovo Maracanà che ha portato all’esproprio di quasi un’intero quartiere con centinaia di famiglie finite sulla strada. Per tutta la durata della manifestazione le partite sono state accompagnate dalla protesta dei brasiliani, che ha portato anche (purtroppo) diversi morti nelle strade, mentre la FIFA era preoccupata soprattutto che negli stadi non entrassero “striscioni politici”. Striscioni che nel match fra i verde-oro e l’Italia sono entrati ugualmente eludento i controlli. Quanto alla possibile presenza di “torcederos” fra i manifestanti, non ho dati ufficiali. Certo, certe dinamiche e certi modi di muoversi mi farebbero pensare che qualcuno che ha esperienza di stadio c’era anche nelle strade di Rio, San Paolo e Porto Alegre…

Diffidate dagli ultras, non sono persone che hanno solo il calcio in testa, anche se a qualcuno piacerebbe fosse così!

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