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UNDERGROUND: Dal basco alla Stone Island.

30 giugno 2013

Underground

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Le curve italiane (ma non solo) sono sempre state fucina di movimenti, sottoculture e mode. Spesso e volentieri gli ultras hanno lanciato vere e proprie tendenze che poi si sono diffuse a macchia d’olio in tutto il mondo giovanile, il che dovrebbe far riflettere sul peso che hanno i giovani delle curve all’interno della società. Cosa peraltro normale per un movimento che in passato si stimava arrivasse a contare circa 200.000 militanti attivi: semmai la cosa “anormale” è che gli stessi ultras non si siano resi conto fino in fondo del loro potenziale, e che chi se n’è reso conto spesso fosse gente esterna al mondo delle curve che utilizzava questo potenziale per fini personali (di guadagno o politici).

Non è raro vedere nelle curve bande intere di giovani che vestono e si atteggiano tutti alla stessa maniera, snobbando quando anche non apertamente disprezzando chi non è “allineato” con il loro stile; ciò che questi giovani non sanno è che prima di loro altre bande di altri giovani si vestivano ed atteggiavano tutti nello stesso modo fra di loro ed in maniera completamente differente da chi è venuto prima e chi sarebbe venuto dopo, e che anche loro snobbavano se non disprezzavano apertamente chi non era allineato con il loro stile. E che probabilmente avrebbero snobbato anche loro ritenendoli nel migliore dei casi degli “effemminati”. Perchè sto facendo questa premessa? Perchè credo che in Italia ci si prenda un pò troppo sul serio su certi argomenti, arrivando a mischiare il proprio stile con paroloni tipo “mentalità” come a dire che chi non si veste in un certo modo è “privo di mentalità”. E’ un errore che spesso e volentieri ha fatto nascere anche vere e proprie faide e divisioni, poi alimentate sapientemente da livori personali, da idee differenti e da personaggi che soffiano sul fuoco per ambizione personale. Avete mai sentito dire da un rappresentante di una curva che la sua tifoseria è divisa per “visioni differenti sull’essere ultras”? Ecco, sappiate che questa frase significa spesso tutto e niente…

In questo post affronteremo proprio le mode e le tendenze che si sono mano a mano affacciate alle curve, partendo non dall’Italia in questo caso…

tumblr_m99p0jWfUV1r61iwno1_500UK. Un richiamo alla Perfida Albione è quanto mai d’obbligo, dal momento che Londra è senza dubbio la Capitale Europea delle mode e delle tendenze giovanili. In campo calcistico non fa differenza: i giovani inglesi inventato per primi un certo modo di andare allo stadio, i giovani italiani spesso hanno copiato da loro (prendendo anche spunto dai movimenti sudamericani delle “torcidas” brasiliane e delle “Barras Bravas” argentine) ma hanno saputo inserirci degli elementi tipici della nostra cultura, creando qualcosa di unico. In Inghilterra non esiste la concezione di “tifo organizzato” che invece è tipica dell’Italia: qui da noi gli ultras gestiscono in pratica l’intera tifoseria, dal tifo agli scontri fino alle iniziative benefiche, mentre negli stadi d’oltremanica il tifo è spontaneo e non organizzato, i cori e le canzoni non vengono lanciati da un apposito lanciacori ma da singoli tifosi mischiati fra il pubblico, ed il corrispondente dei nostri gruppi ultras, le “firm”, sono più gruppi di quartiere o di amici che non vere e proprie organizzazioni con una struttura ed una gerarchia. Una precisazione opportuna, prima di affrontare il discorso delle tendenze nella “Terraces”.

tribu_chelsea_shedCon la nascita delle prime Firm, i giovani inglesi cominciarono a portare in gradinata quello che era il loro stile nella vita di tutti i giorni, e verso la metà degli anni ’60 gli stadi d’oltremanica pullulavano di giovani mods in parka e Fred Perry o di Teddy Boys con giacca di pelle nera. Ma durò poco: il nuovo fermento che arrivava dai giovani immigrati giamaicani portò la sottocultura bianca dei Mods a mischiarsi con quella caraibica dei Rude Boys, dando vita al movimento degli Skinheads. E così a partire dal 1969 (anno che viene indicato come la data di nascita ufficiale del movimento Skin) le “terraces” si riempirono di teste rasate, anfibi Dr.Martens, bretelle e camicie Ben Sherman. Bande di tifosi di questo tipo cominciarono a pullulare in tutto il paese, e gli scontri fra le varie fazioni divennero sempre più programmati e curati nei minimi dettagli. Scontri che allarmarono sempre più opinione pubblica e forze dell’ordine, che unite alle frequenti aggressioni ad immigrati pakistani (i primi skinheads non erano nè politicizzati nè razzisti, tanto che ascoltavano musica nera ed avevano un forte legame con i giamaicani immigrati in Inghilterra, ma i “paki” erano considerati estranei alla cultura anglosassone e soprattutto gente che non ne voleva sapere di integrarsi) convinsero chi di dovere a studiare i primi provvedimenti, che talvolta rasentavano il ridicolo: non era raro in stadi come Upton Park o Stamford Bridge vedere pile di Dr.Martens ammucchiati all’ingresso, o vedersi obbligare a togliere i lacci degli anfibi.

linfieldglens1983of8-500x301Ma non solo: ovviamente l’essere Skinheads divenne sinonimo di colpa grave, la colpa di non essere “allineati” al sistema borghese e benpensante. I ragazzi dalla testa rasata entrarono sempre di più nel mirino di stampa e polizia, e così verso la fine degli anni ’70 si rese necessario un “salto di qualità” da parte dei giovani delle gradinate che non volevano piegarsi alla repressione. Questo “salto di qualità” prese piede inizialmente da Liverpool, la cui squadra principale in quel periodo vinceva tutto in Inghilterra ed in Europa, ed i cui tifosi avevano la fama di essere i più grandi ladri del Regno Unito (da cui derivava l’appellativo di “Scallies”). E così i giovani di Liverpool iniziarono a viaggiare su e giù per l’Europa, spesso inventandosi qualcosa per farlo gratis dal momento che nella loro città la disoccupazione era una vera e propria piaga sociale. Ma cominciarono soprattutto a rubare vestiti di marca, oggetti di valore e quant’altro sarebbero poi riusciti a rivendere una volta tornati in patria: possiamo dire senza timore di sbagliare che molta gente si arricchì proprio grazie ai “Reds” che dominavano l’Europa. Ma ciò che maggiormente interessa il nostro argomento di discussione è che iniziarono anche ad indossare i costosi e firmati capi d’abbigliamento che di volta in volta trafugavano. Cominciarono così a vedersi nella città dei Beatles veri e propri eserciti di giovani vestiti all’ultima moda con capi firmati come Pringle, Lois, Lacoste, Sergio Tacchini, ecc. La vera figata però è che il nuovo look firmato non attirava più l’attenzione degli sbirri, che a fine anni ’70 erano ancora impegnati a dare la caccia a Dr.Martens e Ben Sherman: le nuove bande giovanili non solo erano praticamente libere di agire, ma riuscivano anche a passare per bravi ragazzi appena un pò vivaci appena la polizia interveniva. Quando si dice che l’abito fa il monaco…! Chiaramente da Liverpool la nuova tendenza si diffuse rapidamente anche nella Capitale e nel resto del Regno Unito, i nuovi giovani venivano chiamati Dressers, Pringle Boys, Trendies; ma loro amavano farsi chiamare e si facevano chiamare “Casuals”. Caratteristica dei giovani casuals era la capacità di mischiarsi alla folla, di colpire senza farsi notare e di passare poi inosservati agli occhi della polizia. Ma anche la velocità con cui recepivano i cambiamenti della moda e dell’abbigliamento: vi sarà capitato di vedere foto o filmati degli anni ’80 in cui gli hooligans vestivano con berretti alla pescatora Ellesse e polo Lacoste, mentre vedendo altre immagini del decennio successivo si può notare come fosse esplosa la moda dei cappellini a quadretti Burberry ed Acquascutum. 120the20new20firm20web20crop20front20pageIl periodo che va dal 1980 al 1989 è ricordato come il più cruento per quanto riguarda la violenza nel calcio inglese. Per porre fine a ciò la polizia iniziò un opera di infiltrazione e schedatura delle più importanti firm dell’epoca, dando vita ad operazioni come “Own Goal”, “Omega” ed altre che portarono decine di arresti in tutto il paese. Tuttavia molte di queste operazioni saltarono, si scoprì che le prove a carico di molti imputati vennero falsificate e lo stato si trovò a pagare centinaia di migliaia di sterline di risarcimento. Fu la pietra tombale sulle operazioni sotto copertura. A mettere la parola “fine” ai casuals come movimento di massa fu la strage dell’Hillsborough nel 1989, che portò il governo inglese a varare drastici provvedimenti: obbligo di posti a sedere, telecamere a circuito chiuso, pene detentive anche pesanti per i coinvolti in episodi di violenza o razzismo. Contemporaneamente non furono pochi coloro che, vuoi anche per i raggiunti limiti d’età, cominciarono a farsi delle domande sul senso della loro violenza vedendo le immagini dei corpi straziati di Sheffield. E la diffusione dei Rave Party nei primi anni ’90 diede il colpo di grazia, portando molti giovani ad allontanarsi dallo stadio. Ma non bisogna credere che con Hillsborough sia finito tutto: i reduci iniziarono ad organizzarsi in gruppi sempre più piccoli e combattivi, chiusi all’esterno proprio per evitare infiltrazioni sgradite. E cambiò la moda: arrivarono gli anni delle giacche Stone Island, dei cappellini Burberry, delle “white shoes”. Hillsborough disasterLe scorribande continuarono, non più dentro gli stadi ma spesso e volentieri anche a diversi chilometri di distanza. E non mancarono le operazioni di polizia verso le firm, sapientemente nascoste al resto d’Europa per far credere che in Inghilterra l’hooliganismo fosse finito per sempre. Cosa abbastanza contradditoria dal momento che guerriglie urbane e scontri di massa si ripetevano ogni volta che i tifosi inglesi varcavano la Manica al seguito della Nazionale o delle rispettive squadre di club. Nel 1999 un giornalista irlandese, Donald McIntyre, si infiltrò per un anno fra gli hooligans del Chelsea, portandone alla ribalta nomi, facce, abitudini e modus operandi. Due personaggi di spicco dei Chelsea Headhunters vennero condannati a dieci anni di galera, ma soprattutto il suo servizio fece capire a tutta Europa che l’hooliganismo non era morto ma covava sotto la cenere… Dal 2000 ad oggi si sono verificati ulteriori cambiamenti: i “ban a vita” sempre più usati dalla polizia inglese (soprattutto nei confronti di chi ritengono “pericoloso”) hanno fatto si che il movimento hooligans si trasferisse quasi completamente all’esterno degli stadi. Oggi l’atmosfera di un tempo si può respirare soprattutto nei pubs, e l’azione è sempre più spostata dalle vie immediatamente adiacenti lo stadio, e sempre più pianificata a tavolino. Questo almeno nella Premier League, un sofisticato salottino con i lustrini (un pò troppo salottino visto che da più parti si chiede la reintroduzione dei posti in piedi…). Nelle serie minori invece c’è un certo fermento, ed esistono anche firm giovani molto attive, alcune anche al seguito della Nazionale. Anche l’abbigliamento ha subito una metamorfosi: marche come Burberry o Acquascutum ormai erano diventate eccessivamente identificabili con la violenza da stadio, tanto che anche molti locali pubblici hanno iniziato a metterle al bando, vietando l’ingresso a chi li indossa. Inoltre sono diventati dei must per le nuove “bande giovanili” come i Chavs, molto attivi nel Regno Unito. Le stesse, mitiche, giacche “Mille Miglia” della CP Company sono ormai associate nell’immaginario comune al teppismo da stadio o da strada. Dovendo distinguersi, i nuovi casuals hanno abbracciato marche come Ralph Lauren, Henry Loyd, On True Saxon, Prada Sport, Belstaff; e la sagra continua…

20.-Nottingham-ForrestITALIA ANNI ’70. I primi ultras italiani, al contrario, non erano figli delle sottoculture o della musica, ma della militanza politica. Se i primi gruppi di tifosi organizzati erano piuttosto pittoreschi e folcloristici, i primi ragazzi ad identificarsi in un certo modo avevano quasi tutti alle spalle la militanza in gruppi politici extraparlamentari, ed in curva portavano quello che era il loro abbigliamento e le abitudini quotidiane. Si sprecavano quindi barbe e baffi, ma anche giacche militari, i baschi neri o bordeaux e gli sciarponi in lana ricamati con i colori della squadra del cuore. Facevano parte dell’armamentario dei primi ultras anche caschi, catene e pistole lanciarazzi, in anni in cui i controlli agli ingressi praticamente non esistevano: in questo senso parla chiaro la foto dei “pionieristici” Fighters della Juve che ho pubblicato in apertura… I primi striscioni ed i primi gruppi ricalcavano fedelmente la provenienza dal mondo della politica: nomi come Armata, Brigate, Commandos, Tupamaros, Falange; la stella a cinque punte usata come simbolo dalla stragrande maggioranza dei primi gruppi insieme al teschio, i canti che si rifacevano a motti rivoluzionari o inni politici. Dai giovani inglesi, gli italiani avevano importato l’abitudine a seguire la partita in piedi ed accompagnare le fasi di gioco con canti e slogan; ma avevano ben integrato il discorso con l’utilizzo di fumogeni, estintori (spesso trafugati dalle stazioni dei treni) e tamburi per dare il ritmo (a volte anche sei semplici bidoni di ferro percossi con un pezzo di legno). La morte di Papparelli nel 1979 portò un primo giro di vite nei confronti dei giovani ultras italiani: i controlli divennero più severi, divenne più complicato introdurre caschi e lanciarazzi, mentre vennero messi al bando gli striscioni recanti nomi “che potevano indurre alla vilenza” (gli italiani hanno sempre questa bella formuletta pronta, che apre la porta ad interpretazioni ed abusi…). Da li, pian piano, molti giovani cominciarono a modificare le proprie abitudini ed il modo di presentarsi allo stadio; se poi consideriamo che i movimenti politici verso i primi anni ’80 andarono a morire possiamo ben capire come gli ultras nel nuovo decennio sarebbero stati qualcosa di diverso…

081415605-bbdc9091-5d76-42f2-8699-46239b5b1b60ITALIA ANNI ’80. Negli anni ’80 gli ultras iniziarono a distaccarsi dall’iniziale matrice politica, sviluppando un movimento tutto loro e per molti versi unico. Del resto, anche nella società italiana erano anni di “riflusso” politico. In seguito alla morte di Papparelli il primo giro di vite aveva costretto molti gruppi a cambiare nomi e simbologie, così per esempio il Commando Ultrà Curva Sud della Roma per qualche anno espose lo striscione “Ragazzi della Sud”. I gruppi storici mantennero quasi tutti fede ai nomi ed ai simboli d’origine, pur svuotandoli di ideologie, e cominciarono ad identificare non più una compagnia di ragazzi bensì un’intera tifoseria, colpita dal carisma del leader o dalla fama del gruppo stesso. Potremmo dire che in quegli anni i gruppi storici cominciano ad essere identificati come delle “grandi famiglie”, in cui anche chi ci mette piede una sola volta ne resta conquistato e si sente “uno di loro” pur non facendone parte. Ma pian piano cominciarono a comparire sulla scena nuovi gruppi con nomi che più che all’immaginario ideologico si richiamavano al mondo anglosassone: si cominciarono così a vedere i primi Supporters, Viking, Rangers, ecc. Come oltremanica, i gruppi sono in genere delle “compagnie” formate da ragazzi dello stesso quartiere: la differenza fondamentale è nella strutturazione del gruppo stesso. Anche nelle curve italiane entrarono le sottoculture, ma a differenza dell’Inghilterra dove i vari movimenti nascevano per strada per trasferirsi poi nelle gradinate, in Italia il processo fu esattamente contrario: i primi skinheads ed i primi mods che si vedevano in quel periodo nascevano principalmente in curva, portati e diffusi da giovani fedeli alla cultura giovanile anglosassone. Ma non solo skinheads e mods: nelle curve anni ’80 si vedono anche punx, metallari ed i paninari che cominciano a portare una certa attenzione ai particolari tipica dei casuals: scarpe Timberland, felpe Best Company, cinture El Charro, jeans Levi’s, Fiorucci o Valentino fanno capolino negli stadi. In quel periodo in alcune curve comparirono anche le prime Union Jack, e si cominciarono ad accompagnare i cori con un mare di sciarpe tese sulla testa, abitudine in voga proprio Oltremanica. Insomma la curva stava diventando il micromondo che tutti conosciamo. Baschi e mimetiche pian piano sparirono, sostituite da Schott, Piumini ed i primi bomber in dotazione allora all’aviazione USA. Quest’ultimo giubbotto merita una nota a parte, dal momento che in curva ha girato addosso a svariate persone dalla metà degli anni ’80 fino ai primi anni del nuovo millennio, diventando in assoluto il giubbotto più indossato nelle gradinate di tutti i tempi: fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 ebbe un momento di popolarità travolgente, dal momento che veniva indossato dalla quasi totalità dei giovani, non solo da quelli che andavano allo stadio. Una popolarità dovuta alla sua praticità, alla non eccessiva pesantezza ed al fatto che all’occorrenza poteva anche essere girato verso l’interno dal caratteristico color arancio. Ed in molte curve dell’epoca viene portato girato, per farsi notare. In molte tifoserie l’uso di bomber della stessa tonalità da vita ad effetti cromatici molto caratteristici, tanto che in curva a Firenze nascerà anche un gruppo dal nome Bomber Group, per l’abitudine di tutti i suoi rappresentanti di indossare il bomber verde militare. Ma la vera nota di folclore è l’arrivo delle prime coreografie organizzate su larga scala: se nel decennio precedente erano molto diffusi fumogeni e croci o bare raffiguranti i colori dei nemici, a partire dalla metà degli anni ’80 cominciano a diffondersi rapidamente l’uso di palloncini, pon-pon, bandierine in pvc e cartoncini, anche se il loro utilizzo è ancora abbastanza semplice ed in genere non si va oltre la composizione dei colori sociali. Cambiano pian piano anche i cori: dai motivi “rivoluzionari” degli anni ’70 nelle curve si cominciano a ricalcare melodie da hit-parade o addirittura spot pubblicitari (E’ il caso degli interisti che nel 1987 vennero fuori con il coro “Nerazzurri alè alè, tutti insieme…” ripreso da una pubblicità della Coca-cola e da li copiato in tutte le curve italiane). Il movimento ultras negli anni ’80 si allargherà a macchia d’olio, e le basi dei gruppi si allargano dalle poche decine iniziali alle centinaia, a volte anche migliaia di ragazzi dell’epoca; gestire un gruppo o una curva diventa impegnativo anche economicamente, ed ecco trovata la soluzione sotto forma di merchandising: si cominciano a stampare le prime magliette, sciarpe, adesivi con il logo del gruppo, da rivendere allo stadio per “far cassa”. La produzione di materiale ultras col tempo finirà per degenerare, diventando in molti casi puro business, ma per lo sviluppo del movimento ultras ha un significato importantissimo: quale migliore pubblicità di un ragazzino che si presenta a scuola con una maglietta degli ultras? In tutto questo calderone, due cose per gli ultras diventano imprenscindibili: la sciarpa e lo striscione! La sciarpa rappresenta la propria fede calcistica, viene portata al collo con orgoglio e deve essere difesa anche a costo della propria incolumità fisica. Oggi molti ultras non mettono la sciarpa, per l’esigenza di “tenere un profilo basso”; ma in quegli anni al contrario si tende ad ostentare la propria fede anche e sopratutto in trasferta, con conseguenze immaginabili… Soprattutto il fatto di ostentare i propri colori in mezzo ai tifosi avversari diventa un comportamento da autentici leader, da personaggi cazzuti. In genere viene portata in maniera ben precisa, legata al collo a mò di cravatta, tenendo in bella mostra logo e nome del gruppo. Ma spesso la si mette anche legata alla fronte, al braccio, al polso o alla vita: c’è chi esagera portandosi appresso due o tre sciarpe legate in varie parti del corpo, e beccandosi il poco simpatico appellativo di “albero di Natale”… Lo striscione invece è simbolo del gruppo, ne rappresenta l’anima stessa, e la sua perdita è considerata un’onta da lavare a tutti i costi. Se poi viene perso in uno scontro, il gruppo può arrivare a sciogliersi, anche se in realtà saranno pochi  seguire fino in fondo questo principio… Verso la fine del decennio, gli ultras diventano un fattore modaiolo in tutta Italia, e questo porta ad un moltiplicarsi dei gruppi e delle presenze, ma anche alla nascita di nuovi fenomeni come il teppismo gratuito verso proprietà, beni pubblici, vetrine, treni ed auto, principio un tempo sconosciuto ai primi ultras; ed il fenomeno dei “cani sciolti”, ovvero di persone che non seguono la linea ufficiale della curva e che fanno un pò quello che pare a loro, un modo di fare che in una situazione strutturata come quella italiana creerà non pochi problemi, soprattutto in città metropolitane come Roma e Napoli in cui è impossibile tenere a controllo tutti i ragazzi al seguito. Inoltre, a partire dalla prima metà del decennio, c’era stata una progressiva diffusione delle armi da taglio in quasi tutte le tifoserie, che avevano sostituito caschi, lanciarazzi e catene, più difficili da introdurre con le nuove forme di controllo. Un’abitudine che creerà i suoi bei problemi. Ma anche un’altro fenomeno si diffonde a partire dalla metà del decennio: l’eroina, che sarà la vera rovina di molte curve degli anni ’80.

110109120110537172ITALIA ANNI ’90. Con la fine degli anni ’80 nelle curve italiane, che pure sono ancora sulla cresta dell’onda e che rappresentano una guida ed un esempio per le numerose realtà europee che in quegli anni sono appena nate, si assiste ad una certa omologazione. Il fenomeno modaiolo farà si che nascano molti gruppi dai nomi bizzarri e goliardici (Gruppo Storto, Tipi Strani, Gioventù Esaurita, ecc), ma soprattutto che si crei una certa disgregazione. Inoltre col nuovo decennio arriva la prima ondata repressiva e cominciano ad essere emesse le prime diffide. I gruppi storici cominciano a sciogliersi: ad aprire le danze sono le Brigate Gialloblù del Verona nel dicembre 1991, e da li in poi sarà tutto un susseguirsi di defezioni anche importanti (Eagle’s Supporters Lazio, Fossa dei Grifoni Genoa, Fossa Lariana Como, Nuclei Sconvolti Cosenza, HAG Padova, ecc). In molte curve si comincia a tifare “all’inglese”, ovvero a sostituire gli striscioni chilometrici con pezze e stendardi di dimensioni ridotte, che ricordano un pò quelle esposte dai tifosi anglosassoni al seguito della Nazionale: in realtà di “inglese” c’è poco, visto che si tratta di un cambiamento estetico ma all’interno la tifoseria rimane strutturata e con gerarchie precise; ma si crea una divisione “ideologica” fra i sostenitori del classico tifo “all’italiana” e coloro che tifano “all’inglese”: potremmo dire che culturalmente esistono due italie, l’Italia del Nord più attenta alle novità ed ai cambiamenti, e l’Italia del Sud più fedele alle tradizioni. Ma anche questa suddivisione non è assoluta, dal momento che ci saranno tifoserie del Nord che rimarranno fedeli alle tradizioni italiche e tifoserie del Sud che cambieranno pelle… Come tradizione italica vuole, fedeli al motto di “chi non la pensa come me è un deficiente”, i fautori dei due schieramenti si accusano a vicenda di “aver poca mentalità”. A livello estetico i ragazzi delle curve rimangono fedeli al bomber, ma altri due elementi si diffondono rapidamente all’inizio del decennio: le felpe con cappuccio (soprattutto della Lonsdale, che proprio in quegli anni comincia a conquistare il mercato italiano) e gli anfibi che possono essere i classici Dr.Martens o i più moderni Cult, bassi e con la punta in ferro. D’estate le t-shirt in voga il decennio precedente cominciano ad essere sostituite dalle più eleganti polo Fred Perry. Nel giro di pochi anni marchi come Lonsdale e Fred Perry diventeranno un must del mondo giovanile, un pò come lo fu il bomber a fine anni ’80… A livello sottoculturale dilaga la presenza di skinheads in tutte le loro forme (apolitici, di destra, di sinistra) ma soprattutto ricomincia a farsi largo a piccoli passi la politica. Con una differenza: i nuovi giovani delle curve guardano quasi tutti a destra… La morte di Vincenzo Spagnolo nel 1995, accoltellato dall’ultrà milanista Simone Barbaglia, crea una sorta di spartiacque fra ciò che era il vecchio mondo ultras ed il nuovo che avanza: per la prima volta si comincia a parlare seriamente di combattere il fenomeno ultras, e per la prima volta gli ultras di tutta Italia si ritroveranno a Genova per discutere tutti insieme. Ne uscirà un comunicato dal titolo “Basta lame, basta infami!”, che vorrebbe dare una precisa connotazione di lealtà al mondo ultras, ma di fatto la spaccatura fra la vecchia e la nuova generazione è sempre più profonda. A partire dalla seconda metà del decennio infatti si diffonde sempre più la politica e sempre più tifoserie, un tempo apolitiche, cominciano a non far mistero delle proprie simpatie d’estrema destra. Un fenomeno quest’ultimo facilitato proprio dalla nascita di movimenti come Forza Nuova, che tentano di “pescare” i propri adepti proprio all’interno degli stadi. Si diffonde sempre più anche una certa “inglesizzazione” del tifo, con la nascita di due nuovi elementi estetici pescati sempre oltremanica: le bandiere a due aste (in alcune curve se ne arrivano a contare centinaia) riportanti gli slogan e le scritte più disparate, che vanno a sostituire quei gruppi o “compagnie” dai nomi goliardici o bizzarri che si erano diffusi moltissimo all’inizio del decennio; e le sciarpe “a bande”, senza scritte, col solo logo del gruppo ricamato alle estremità. Comincia inoltre a diffondersi un’attenzione sempre più maniacale per lo stile: in molte curve spariscono i tamburi, ed i gruppi iniziano a produrre materiale sempre più ricercato e costoso. Le stesse coreografie, fin dall’inizio del decennio, abbandonano la semplicità e diventano sempre più spettacolari e complesse. Negli anni ’90 si moltiplica un fenomeno che già esisteva in precedenza, ovvero la tendenza di alcuni gruppi ad evitare le scorte, presentandosi in trasferta senza segni di riconoscimento a “sfidare” la tifoseria nemica sotto la loro curva (sarà proprio in una situazione del genere che maturerà l’omicidio del genoano spagnolo). L’identità e l’orgoglio di un gruppo inizia ad essere considerato più importante del bene della stessa tifoseria, e le divisioni già esistenti in precedenza diventano vere e proprie faide. Di positivo c’è che gli ultras sviluppano anche una loro coscienza, e proprio verso la fine degli anni ’90 cominciano a vedersi i primi striscioni e le prime posizioni critiche verso il cosidetto “calcio moderno” che in nome del business vorrebbe cancellare una passione popolare, complice la sempre maggiore diffusione delle pay-tv a pagamento come Stream e Tele+ (che col nuovo millennio si fonderanno nell’attuale Sky); ma anche contro la repressione e l’utilizzo indiscriminato delle diffide, che diventano un’autentica piaga per i gruppi organizzati. Anche i sempre più frequenti abusi delle forze dell’ordine entrano nel mirino: se negli anni ’80 quando la celere caricava il gruppo di ultras in trasferta dalla curva di casa si levava il coro “Uc-ci-de-te-li!”, nella seconda metà degli anni ’90 partono slogan di solidarietà e cori contro la celere, anche in presenza di tifoserie rivali. Il concetto del poliziotto come “primo nemico” inizia a diffondersi.

1992-93-roma-lazio-6ULTRA’ O ULTRAS? Come abbiamo detto, nella seconda metà degli anni ’90 si comincia a prestare un’attenzione quasi maniacale per lo stile. E ci si presta alle prime guerre di religione, una delle quali riguarda la scelta fra il tifare all’inglese o all’italiana, fra coloro che sono per la tradizione e quelli che puntano all’innovazione. Innovazione che in molte curve si traduce nel definirsi “Ultras” piuttosto che “Ultrà”. Qual’è la differenza? Un passo indietro: sin dai primi anni del movimento i gruppi iniziarono a farsi chiamare “Ultras”, pare che i primi fossero stati doriani e granata: a Genova si leggevano scritte sui muri che dicevano Uniti Legneremo Tutti i Rossoblù A Sangue il cui acrostico è appunto ULTRAS; a Torino ci furono grossi casini dopo una partita contro il Vicenza, con la stampa che definì i tifosi più esagitati come “Ultras”. Il termine piacque e nel 1973, in seguito all’esonero di Giagnoni ed alla faida interna che nacque fra i Fedelissimi il gruppo più giovane si staccò, iniziando a farsi chiamare “Ultras Granata”. La loro prima dicitura completa fu “Ultras Granata Maratona Club Torino”. Da li in poi furono molti i gruppi che si identificarono in questa maniera: quelli del nord nel modo classico, quelli del sud nella più dialettale forma di “Ultrà”. Il tutto con le dovute eccezioni. Vi risparmio le definizioni dei vari addetti ai lavori, da “Ultrasse” ad “Oltrà”, segno di quanto realmente ci capiscano di questo fenomeno… Mano a mano che passano gli anni, le due diciture cominciano ad essere identificate in maniera differente: gli Ultrà sono “supertifosi” per cui la squadra viene prima di tutto, tendono ad idolatrare il singolo calciatore, non prestano alcuna attenzione allo stile o alla moda, hanno un atteggiamento spesso vistoso abbandonandosi anche a degenerazioni come la “Hola”, e fanno un largo uso di tamburi, coriandoli, fumogeni ecc. Gli Ultras al contrario sono prima di tutto tifosi del proprio gruppo/tifoseria e poi della squadra, raramente o quasi mai fanno cori per i giocatori, seguono uno stile ben preciso portando molta attenzione ai particolari, preferiscono la goliardia agli atteggiamenti vistosi, e tendono ad abbandonare il classico modo di tifare in favore dell’originalità e dell’innovazione rappresentata da pezze, bandiere a due aste, torce preferite ai fumogeni, assenza di tamburi sostituiti da gran battimani, cori secchi e potenti anzichè melodiosi. Chiaramente in mezzo ci sono tante realtà che seguono uno stile “misto” fatto di striscioni mescolati alle pezze, di stile accompagnato dall’utilizzo di tamburi e fumogeni vecchio stile, cori secchi mescolati alle melodie. Una guerra di religione che secondo me aveva un significato nullo, ma che per molti era importante, e che sicuramente è utile per spiegare i cambiamenti e le differenti visioni che tanti problemi hanno creato.

946218_567534129966215_776663824_nITALIA ANNI ’00. L’inizio del nuovo millennio è alquanto burrascoso per gli ultras italiani: le nuove normative repressive danno sempre maggiori poteri alle forze dell’ordine che praticamente dal 2001 iniziano ad avere carta bianca per distruggere il movimento ultras. L’odio verso le forze dell’ordine supera abbondantemente quello per le tifoserie avversarie, e gli scontri coinvolgono sempre più ultras e polizia e carabinieri piuttosto che le due tifoserie, anzi non mancano i casi di tifoserie anche rivali che in caso di bisogno “uniscono le forze” per suonarle di santa ragione ai nemici comuni. Ma anche la situazione interna delle curve non sorride: dall’inizio degli anni ’90 in poi si comincia ad assistere a divisioni e “guerre di religione” inizialmente molto silenziose e striscianti, poi sempre più evidenti e dichiarate, fino a che col nuovo millennio prende piede una tendenza dapprima sconosciuta: portare via il posto in curva a suon di calci e pugni al gruppo rivale. Fino a pochi anni prima era una pratica sconosciuta, dal momento che era buona prassi risolvere le questioni lontano da occhi indiscreti. Azioni così eclatanti fanno parlare la stampa, che parla di “squadrismo”, “fascismo” ed “estrema destra in azione per conquistare le curve” quando in realtà si tratta quasi sempre di semplici faide portate all’estremo. Ma soprattutto allontanano la massa dei tifosi, facendo si che i nuovi gruppi ultras finiscano per isolarsi all’interno delle stesse curve: l’epoca delle “grandi famiglie” è bella che finita ed i gruppi del nuovo millennio, più di loro stessi, non rappresentano più… Esplode la politicizzazione di molte curve: se fino agli anni ’90 il “vento di destra” soffiava nelle curve ma ancora non si era giunti agli eccessi che caratterizzeranno il nuovo millennio, con l’inizio degli anni 2.0 i simboli e gli slogan tornano a moltiplicarsi un pò come negli anni ’70 (cambia però la matrice). In alcune curve a volte si vedono più croci celtiche o simboli runici che bandiere della squadra. Anche la Nazionale, snobbata molto a lungo, comincia ad avere un proprio seguito: già negli anni ’90 molti gruppi destroidi del nord-est avevano iniziato a muoversi al seguito di un progetto definito (anche se la definizione è più giornalistica che altro…) “Ultras Italia”; col nuovo millennio quersto movimento si sviluppa andando a trovare un seguito anche in molte piazze del nord e del centro-sud. Anche i “compagni” non stanno a guardare e tifoserie come Livornesi, Ternani ed anconetani danno vita al movimento “Resistenza Ultras” che si pone l’obbiettivo di frenare l’avanzata dell’estrema destra nelle curve. Si assiste così a dei fatti molto strani, come i “derby politici” (celebri quelli fra Lazio e Livorno per dirne uno), coreografie che non hanno più come base l’amore per la squadra ma simbologie appartenenti ad ideologie del passato, materiale sempre più politico. Esplode anche la mania degli striscioni “usa e getta”, con cui gli ultras iniziano a comunicare al mondo le proprie intenzioni: diffusissimi fin dagli anni ’80, un tempo erano usati per lo più per mandare messaggi offensivi agli avversari o messaggi di incoraggiamento o di minaccia a squadra e società; oggi sono sempre di più gli striscioni che richiamano interi settori della società civile (per esempio giornalisti), impegno sociale e politico, o punti di vista tipici della mentalità ultras. Alcune curve fanno dello striscione un vero e proprio “grido libero”, esponendone a decine spesso accompagnati dall’accensione di una torcia per mettere in evidenza il messaggio. Altri preferiscono comunicare attraverso le fanzine autoprodotte (già diffuse negli anni ’90) o i comunicati stampa. Ma iniziano a moltiplicarsi anche i siti internet, che tuttavia avranno vita breve essendo gli ultras per propria caratteristica poco “tecnologici”. A livello estetico, i ragazzi di stadio ricalcano un pò la loro ideologia: capelli rasati, giubbotti neri, anfibi quelli di destra; giacche militari (parka, eskimo), capelli lunghi o rasati, abbigliamento volutamente trasandato quelli sinistroidi. Cominciano a vedersi anche i primi casuals italiani, e non sono pochi coloro che iniziano a farsi crescere i capelli, a sostituire il bomber con l’harrington e gli anfibi con le scarpe da calcetto; il tutto con circa 20 anni di ritardo rispetto all’Inghilterra, ma si sa: prima non se ne sentiva la stretta necessità. Non sono pochi nemmeno i gruppi che iniziano sempre più ad abbandonare l’ideologia, a promuovere l’essere ultras come autentico stile di vita, a cercare di riunificare la curva dietro un solo nome: se negli anni ’90 assistevamo alla proliferazione di gruppi dai nomi improbabili, oggi sono molti quelli che iniziano ad utilizzare la sola data di fondazione o il solo nome della squadra per cui fanno il tifo, o slogan che riportino al loro vero ideale; per esempio in Curva Nord a Bergamo comincia a vedersi lo striscione “A Guardia di una fede”, ad Avellino “Dove sarai sarò”, a Catania “A sostegno di una fede”. E’ una situazione che va avanti fino al 2007, anno in cui muore l’agente di polizia Filippo Raciti: da quel momento in poi verrà ridisegnato completamente il sistema repressivo e gli stessi ultras dovranno cambiare pelle per sopravvivere…

arezzo_178ITALIA POST-RACITI. La morte dell’Ispettore Raciti il 2 febbraio 2007, ed il successivo disegno di legge elaborato dal governo mettono la parola “fine” a quello che è stato il movimento ultras italiano così come era conosciuto fino ad allora. In pratica da allora tutto ciò che era ultras è vietato: vietati i fumogeni, vietati i tamburi ed i megafoni, vietati gli striscioni, i bandieroni e le coreografie se non preventivamente autorizzate dalla questura, mentre per le trasferte decide di volta in volta uno speciale organismo repressivo chiamato Casms. All’interno delle stesse curve si capisce ormai che i tempi sono irrimediabilmente cambiati, e ci si trova ad un bivio: o ci si scioglie cessando l’attività, o si accetta il compromesso con la questura per esempio autorizzando il proprio materiale, o ci si inventa nuove vie per sfuggire alle maglie della repressione. Non sono pochi i gruppi storici che cedono il passo, lasciando spesso intere tifoserie allo sbando. Una tendenza che alcuni avevano già anticipato di qualche anno per i ben noti contrasti interni (Brigate Nerazzurre Atalanta, Fossa dei Leoni Milan, Brigate Gialloblù Modena, Ultras Unione Venezia Mestre, ecc) e che da dopo il 2007 diventa una triste abitudine: semplicemente i vecchi gruppi, ancorati ai vecchi schemi, non possono più reggere le fila del gioco, e finiscono per tirare giù il bandone. Al posto nuovo sorgono nuove realtà, giovani, con un’altra visione. Alcune tifoserie invece scelgono la via del compromesso e vanno avanti come se nulla fosse, anche se non rimarranno immuni dalla repressione e dalle problematiche. Spariscono quasi completamente gli skinheads, e si diffonde a macchia d’olio la cultura casual, che fino a quel momento non aveva mai attecchito in Italia per le differenti visioni rispetto alla cultura anglosassone: se il fenomeno nelle metropoli aveva già iniziato ad attecchire ad inizio millennio, con le nuove leggi conosce la sua definitiva esplosione, e marchi come Burberry, Acquascutum, Stone Island, Lacoste, North Face, ecc diventano i nuovi must delle curve in sostituzione dei vecchi bomber Alpha, dei vecchi Harrington, delle vecchie felpe Lonsdale che oramai hanno fatto il loro tempo. Inizialmente il casualismo è un fenomeno modaiolo, come tanti che ci sono stati anche in passato, tuttavia sono in molti a capire che quello sarà il futuro. Spariscono quasi completamente (soprattutto in trasferta) le sciarpe, un elemento imprenscindibile fino a pochi anni prima, e gli striscioni vengono pian piano rimpiazzati dalle pezze. Spesso i gruppi non si danno proprio un nome, o iniziano a darsi dei “non nomi” (Cito ad esempio gli “In basso a destra” della Lazio, ex Banda Noantri). E’ il trionfo del “tifo all’inglese”, anche se nelle curve post-Raciti è una diatriba che non importa più a nessuno. Si registra inoltre un ritorno alle armi da taglio, una tendenza fortissima negli anni ’80, poi molto limitata negli anni ’90 in seguito alla morte di Spagnolo, ripresa in mano da alcune tifoserie nel nuovo millennio, che ne hanno fatto quasi uno “stile di vita” (Vedi le varie sigle come BISL) e da li ritornata a diffondersi e quasi tollerata anche in curve che prima ne erano decisamente ostili (Nelle grandi città la situazione lamaiola non è mai realmente cambiata). Mano a mano che passano gli anni anche i casuals cominceranno a farsi più “scafati” non puntando più tutto esclusivamente sull’aspetto esteriore ma andando al concreto, unendo allo stile una certa attitudine nel muoversi evitando scorte e polizia. Una situazione che diventa quasi obbligatoria quando viene lanciata la Tessera del Tifoso, l’ultima frontiera della repressione: anche in questo caso saranno tre le strade percorribili, ovvero chi decide di stare a casa e seguire solo le partite interne, chi si tessera e chi decide di muoversi ugualmente in trasferta rimanendo fuori dai settori ospiti oppure studiando dei trucchetti per entrare lo stesso. E sono proprio queste ultime tifoserie che fanno per forza di cose del casualismo una propria caratteristica fondamentale. In altre curve invece i nuovi casuals non sono ben visti per le solite guerre di religione. Oggi, nel 2013, la situazione si sta “normalizzando”, ovvero i reduci del movimento ultras si stanno facendo una ragione delle nuove leggi: prevedo per il futuro una sempre maggiore adesione alla tessera del tifoso o agli strumenti considerati “alternativi” come voucher ed Away Card, ed una sempre maggiore attitudine casual sia fra i nuovi ultras, sia all’interno del mondo giovanile in generale. Del resto, in Italia le tendenze nascono in curva, non in strada!

imagesIL RESTO D’EUROPA. Già dalla metà degli anni ’80 in molte nazioni europee il tifo iniziò ad organizzarsi prendendo spunto dal modello italiano ed inglese. Nazioni come Francia, Spagna, Portogallo ed ex-Jugoslavia cominciarono ad avere il loro bel seguito di ultras, strutturati sul modello italiano. Al contrario nel Nord-Europa (Germania Occidentale, Danimarca, Svezia, Olanda, Belgio) iniziavano a nascere bande di hooligans e casuals che prendevano decisamente spunto dalla cultura anglosassone. Faceva eccezione la Grecia, paese che ha saputo sviluppare un modello tutto suo, a metà fra lo stampo italiano ed inglese, e che vanta una lunga tradizione in termini di tifo. Con la caduta del muro di Berlino il tifo prende piede anche nei paesi dell’Europa dell’est, fino al 1989 quasi isolati dalle dittature comuniste: i primi gruppi di tifosi tendono decisamente verso il modello organizzato di casa nostra, ma con forti influenze neonaziste. Negli anni ’90 la situazione cambia: paesi come Francia, Spagna, Portogallo cominciano ad entrare in crisi in seguito ai primi provvedimenti repressivi. Cresce invece il fenomeno nei Balcani e nell’Europa dell’est, che colmano il gap con le nazioni più avanzate grazie alla vena combattiva dei loro giovani. Ma anche in Germania e nel Nord Europa, perfino nella stessa Inghilterra, nascono organizzazioni di tifosi più inclini al movimento ultras nostrano che non all’hooliganismo anglosassone. Con l’entrata nel nuovo millennio, gli allievi finiscono decisamente col superare i maestri inglesi ed italiani, come numeri ed attitudine combattiva: in Serbia, in Croazia, in molti paesi dell’Est Europa come Romania, Bulgaria o Ungheria gli ultras mantengono uno stile misto in cui si mischiano striscioni e folclore tipicamente italiani, propensione hooliganistica anglosassone, simpatie per l’estrema destra. In Russia, Ucraina e Polonia invece si sviluppa un nuovo filone: da una parte gli ultras, orientati a fare un tifo prettamente “all’italiana”, dall’altra gli hooligans, che decidono di regolare i propri conti semplicemente dandosi appuntamento in qualche parco, piazza o bosco a chilometri dagli stadi, senza armi ed in numero pari. E proprio questo modo di agire diventerà parte integrante del nuovo modello di tifo “Made in East Europe”, tanto che diventerà un vero e proprio sport, con un campionato parallelo a quello di calcio e con delle regole a cui i partecipanti debbono attenersi. Qualcosa di lontano anni luce dalla mentalità dell’Europa occidentale: nei paesi latini si sviluppa sempre di più la cultura casual, mentre nell’Europa del Nord ed in Germania nascono tantissimi gruppi di ispirazione italiana. Ad oggi possiamo dire che non esiste più in Europa un vero e proprio modo di tifare “all’italiana” o “all’inglese”, ma che ultras e casuals sono presenti un pò in tutta Europa e sono branchie diverse dello stesso movimento. Fanno eccezione appunto gli hooligans russi e polacchi, qualcosa di unico nel panorama continentale.

FCDnipro-LechPoznanRESTO DEL MONDO. Tolta l’Europa, il tifo organizzato gode di una certa tradizione solo nel Sudamerica, dove le “Torcidas” brasiliane e le “Barras Bravas” argentine erano già presenti probabilmente da prima che nascessero gli ultras in Italia. Negli ultimi anni, il movimento delle Torcidas/Barras si è diffuso a tutti i paesi dell’America Latina. Fra i due movimenti non esiste tutta questa differenza, anzi potremmo dire che si tratta quasi del medesimo movimento che prende nomi diversi da un paese all’altro. Vedendo esteticamente Torcidas o Barras si ha quasi l’impressione di trovarsi di fronte una tifoseria italiana degli anni ’80: larghissimo uso di fumogeni, bandieroni, carta, coriandoli e palloncini, suono ossessivo dei tamburi e striscioni enormi. Le eccezioni sono poche, non esistono sciarpe, ma la quasi totalità dei tifosi indossa la maglia della squadra; ma sopratutto la differenza maggiore è a livello di mentalità: in Italia (ed anche in Europa) gli ultras hanno cercato di opporsi al sistema ed alla logica del calcio moderno, mentre in Sudamerica se ne sono fottuti, anzi hanno cercato in tutti i modi (riuscendoci) di intrufolarsi nel sistema per avere il proprio tornaconto. Inoltre da quelle parti, anche nelle gradinate girano diverse armi da fuoco, cosa pressochè sconosciuta (per fortuna aggiungerei!) alle nostre latitudini, mentre tifosi che muoiono per coltellate sono la normalità (ma credo che questo sia un problema sociale del Sudamerica, più che strettamente collegato al tifo calcistico). Sono praticamente inesistenti le sottoculture.

Boca-Juniors-fans-FILES-B-007Nel nuovo millennio, il movimento ultras di stampo italiano ha trovato diffusione anche nei paesi del Nordafrica (Tunisia, Marocco, Egitto) e dell’estremo oriente (Thailandia, Giappone, Malaysia). Si tratta di movimenti giovani, eppure già molto sviluppati. Io stesso sono rimasto sorpreso nel vedere tifoserie malesi, di cui non conoscevo assolutamente l’esistenza, ed accorgermi che sono quasi alla pari delle migliori curve europee. Anche l’ambito sottoculturale, sopratutto nell’est asiatico, sta prendendo molto piede; mentre nel Nordafrica le tifoserie si sono più orientate all’impegno politico e sociale: le recenti rivolte in Egitto, che hanno visto la partecipazione attiva e determinante degli ultras delle due maggiori squadre, sono li a mostrarci che la storia si sta ripetendo pur con modalità differenti in altri paesi. Ciò che si voleva reprimere, ha finito per esplodere e contaminare un pò tutto il mondo come un bubbone infetto. LUNGA VITA AI BUBBONI INFETTI!!!

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